25 aprile 2006

Liberticida!


Bertinotti ha toccato uno dei temi più delicati nel panorama politico nazionale: le televisioni di Berlusconi e di conseguenza il conflitto di interessi. In questi anni chi ha fatto lo stesso è stato etichettato la maggior parte delle volte come "liberticida" e quindi "comunista". Basta sfogliare le pagine dei giornali per scorgere queste due parole che si rincorrono senza sosta in riprova della natura "illiberale" degli "eredi del comunismo" (le parole virgolettate sono del Cavaliere). Molte dichiarazioni di "solidarietà" sono arrivate dal centrosinistra stesso per difendere Mediaset "un patrimonio per l' Italia, un' impresa strategica che deve poter affrontare serenamente il futuro in un quadro di regole certe e all' altezza di un paese europeo"(parole di D'Alema nel lontano '96). Inoltre Marco Rizzo (Pdci) intervistato da una giornalista di Studio Aperto è stato capace di dire che il ridimensionamento di Mediaset sostenuto dal segretario del Prc andrebbe contro gli interessi dei lavoratori.
Si potrebbe andare avanti così, elencando affermazioni stupide di gente altrettanto stupida, a riprova della miopia, forse voluta, della classe politica italiana. Ma non avrebbe senso. Ha senso invece ricordare la sentenza della Corte Costituzionale riguardo la legge Mammì del 7 dicembre '94: "Il legislatore è vincolato ad impedire la formazione di posizioni dominanti nell' emittenza privata e favorire il pluralismo delle voci nel settore televisivo, [...] nel senso che l' esistenza di un' emittenza pubblica non vale a bilanciare la posizione dominante di un soggetto privato. [...] Il legislatore [...] doveva contenere e gradualmente ridimensionare la concentrazione esistente e non già legittimarla stabilmente, non potendo esimersi dal considerare che la posizione dominante data dalla titolarità di 3 reti su 9 assegna un esorbitante vantaggio nella utilizzazione delle risorse e della raccolta pubblicitaria". Queste parole sono sacrosante e dovrebbero essere ricordate più spesso a chi leva gli scudi contro Bertinotti per difendere i "custodi" del pluralismo e della libertà. Norma Rangieri analizza lo status quo in maniera realista e critica:
Si fa la televisione per vendere la pubblicità, non si vende la pubblicità per pagare la televisione. E' la regola aurea del medium commerciale che, in virtù di un modello limpido di business, produce straordinari profitti. In Italia Mediaset ne è un esempio forte, imbattibile, al punto che il recente bilancio ha regalato agli azioni una cedola superlativa, la più alta degli ultimi anni.
La televisione dell'ex presidente del consiglio è una grande industria. Come del resto lo è quella, altrettanto florida, delle italianissime mine antiuomo. Mediaset è la più grande fabbrica di demagogia populista, i suoi palinsesti (telegiornali-megafono e reality) la sparano a cannonate, annullando ogni lume di cittadinanza. Eppure, chi accenna a sollevare qualche dubbio sulla pubblica utilità di questa grande azienda commerciale (quella televisiva), commette un grave, gravissimo peccato di leso pluralismo. Come se dagli schermi Mediaset uscisse ogni giorni il lievito necessario per il progresso del paese, anziché quel misto di propaganda politica e spot mascherati da programmi.
La ragione di una reazione tanto strumentale è sotto gli occhi di tutti: si va a sbattere contro una classe dirigente (di destra e di sinistra) legata al piccolo schermo da un cordone ombelicale che nessuno vuole tagliare. Di cui porta una grande responsabilità il lento declino del servizio pubblico. La sua assimilazione al principio che si fa televisione per vendere la pubblicità, lo ha reso così affine, indistinguibile dalla tv commerciale, che il progetto di restituirlo alla dignità di un modello europeo (inglese, spagnolo, francese, tedesco) viene immediatamente piegato a un'idea di ridimensionamento educational, allontanando così l'idea di una sua rifondazione. Il minculpop c'è ora, con il soffocante cappio del controllo partitico che impedisce ogni riforma del mostro a sei teste. Invece di sbloccare il duopolio-monopolio, esso viene perpetuato con nuove leggi (da ultimo la Gasparri) che puntualmente fotografano l'esistente, rinviando ogni liberalizzazione del settore.
Se Fausto Bertinotti interviene sulla necessità di rompere il monopolio privato (senza neppure eccepire sulla utilità della merce), diventa il vendicativo manovratore, l'avanguardia di una ritorsione politica, il tagliatore di posti di lavoro. Parallelamente, di fronte al bisogno di privilegiare il servizio pubblico, si grida al dirigismo sovietico. Come se pubblico e partitico fossero il futuro. E allora si ripiega sulla piccola riforma: togliere una rete alla Rai e una a Mediaset (ipotesi suggerita dal bulimico regime di sei reti nazionali) che diventa l'unica grande riforma possibile. Un escamotage per ridisegnare la lottizzazione allargandone i confini a qualche eclave con il suo territorio già picchettato. Ma anche solo accennare a questa redistribuzione della torta, fa rizzare i capelli in testa al comunista Rizzo.
E si capisce, a ogni epoca le sue classi dirigenti. La esiziale commistione tra televisione e politica, che tuttavia, negli anni bernabeiani, configurava una industria culturale fatta dalle élite, via via è degenerata in un'industria senza eccellenza, con una mano d'opera (gli autori) rappresentata da un marketing (commerciale e politico) periferico, residuale.

19 aprile 2006

Democrazie su misura


La democrazia, spesso presentata come il migliore dei sistemi politici, è stata a lungo una forma di governo poco diffusa. Di fatto, nessun regime risponde interamente all'ideale democratico, che presupporrebbe un'onestà totale dei potenti nei riguardi dei deboli, e la condanna veramente radicale di ogni abuso di potere. Andrebbero rispettati cinque indispensabili criteri: libere elezioni; esistenza di un'opposizione politica organizzata e libera; diritto reale all'alternanza politica; esistenza di un sistema giudiziario indipendente dal potere politico; esistenza di media liberi. Il diritto di voto è stato per lungo tempo negato alle donne in diversi stati democratici, quali la Francia e il Regno unito - peraltro potenze coloniali, che calpestavano i diritti dei popoli colonizzati. Malgrado i suoi difetti, questo metodo di governo ha avuto tendenza a universalizzarsi. Dapprima sotto il forte impulso del presidente degli Stati uniti Woodrow Wilson (1856-1924); ma soprattutto dopo la fine della guerra fredda e la scomparsa dell'Unione sovietica.
Fu annunciata allora la «fine della storia», col pretesto che nulla ormai impediva agli Stati dell'intero pianeta di raggiungere un giorno i due traguardi della felicità suprema: l'economia di mercato e la democrazia rappresentativa. Obiettivi che sono divenuti dogmi intoccabili.
In nome di questi dogmi, George W. Bush ha ritenuto legittimo ricorrere alla forza in Iraq. E ha autorizzato le sue forze armate a praticare la tortura nelle carceri segrete dislocate dagli Usa in altri paesi.
O a sottoporre a trattamenti disumani i detenuti del bagno penale di Guantanamo, al di fuori di ogni quadro giuridico - secondo quanto è stato recentemente denunciato da una Commissione dei diritti umani dell'Onu, e in una risoluzione del Parlamento europeo. Ma nonostante queste gravissime violazioni, gli Stati uniti non esitano ad erigersi a istanza planetaria dell'omologazione democratica. Washington ha preso l'abitudine di mortificare i suoi avversari definendoli sistematicamente «non democratici», o addirittura «stati canaglia» o «bastioni della tirannide». Unica condizione per sfuggire a questo marchio d'infamia: organizzare «libere elezioni». Ma anche in questo caso, tutto dipende dai risultati: come dimostra l'esempio del Venezuela, dove dal 1998 il presidente Hugo Chávez è stato eletto a più riprese, in condizioni democratiche garantite da osservatori internazionali. Niente da fare. Washington continua ad accusare Chávez di rappresentare un «pericolo per la democrazia», e nell'aprile 2002 arriva addirittura a fomentare un colpo di stato contro il presidente venezuelano. Nel dicembre di quest'anno Hugo Chávez si sottoporrà nuovamente al verdetto delle urne.
Altri tre esempi - l'Iran, la Palestina e Haiti - mostrano che essere eletti democraticamente non basta più. Nel caso dell'Iran, tutti hanno tributato applausi alle elezioni del giugno 2005: partecipazione massiccia degli elettori, pluralità e diversità dei candidati (nel quadro dell'islamismo ufficiale), e soprattutto, brillante campagna di Ali-Akbar Hachemi Rafsandjani, favorito degli occidentali e dato per vincitore. Nessuno allora ha menzionato il «pericolo nucleare».
Ma tutto è cambiato bruscamente dopo la vittoria di Mahmud Ahmadinejad (che su Israele ha fatto dichiarazioni inaccettabili). Tanto che oggi assistiamo a una demonizzazione dell'Iran.
Sebbene Tehran abbia firmato il Trattato di non proliferazione nucleare e neghi di voler costruire la bomba, il ministro francese degli affari esteri ha recentemente accusato l'Iran di portare avanti un «programma nucleare militare clandestino»! Frattanto, già dimentica delle recenti elezioni, la segretaria di stato americana Condoleezza Rice chiede al Congresso americano 75 milioni di dollari per finanziare in Iran la «promozione della democrazia»! Stessa situazione, o quasi, in Palestina, dove gli Stati uniti e l'Unione europea, dopo aver insistito per lo svolgimento di elezioni «veramente democratiche», sorvegliate da una miriade di osservatori esteri, ora ne rifiutano il risultato, col pretesto che lo schieramento vincente - il movimento islamico nazionalista Hamas (autore in passato di odiosi attentati contro civili israeliani) non è gradito.
Infine ad Haiti, in occasione delle elezioni presidenziali del 7 febbraio scorso, René Préval ha finito per essere eletto, dopo che era fatto di tutto per impedire la sua vittoria. La «comunità internazionale» non lo voleva a nessun costo, a causa dei suoi legami con l'ex presidente Jean- Bertrand Aristide, lui pure eletto democraticamente e quindi rovesciato nel 2004.
«La democrazia - diceva Winston Churchill - è il peggiore dei regimi, a eccezione di tutti gli altri». Sembra però che oggi dia soprattutto fastidio l'impossibilità di determinare in anticipo il risultato di una consultazione elettorale. C'è chi vorrebbe poter instaurare democrazie su misura. A esito garantito.

di Ignacio Ramonet

17 aprile 2006

La nuova ICI (Io Cambio Idea)

Come volete chiamarla? Mezza vittoria, vittoria ai rigori, vittitta, non-sconfitta, maggioruzza, minimaggianza? Prezioso pareggio, scampato pericolo? No, non mi sento di chiamarla vittoria. Però, è l'inizio di qualcosa che fino a ieri non c'era. E su questo, alcune riflessioni. I coglioni non li abbiamo visti, la figura da coglioni sì. Mi riferisco ai bookmaker inglesi e ai sondaggisti. Ma mentre i bookmaker inglesi hanno pagato regolarmente le giocate, i sondaggisti chi li ha pagati, o chi li dovrà pagare? Non voglio indagare troppo sulla loro scientifica taroccata, Ma se incontro un sondaggista, giuro che gli dirò questo: secondo il mio exitpoll lei ha, nell'immediato futuro, un tredici per cento di possibilità di prendersi un calcio nel culo, un dieci per cento di beccarsi un papagno in faccia, un sette per cento di venir morso all' orecchio, un tre per cento di ginocchiata nei coglioni e un sessantasette per cento che la lasci andare illesa. Ma le mie previsioni potrebbero essere clamorosamente sbagliate. L'avevo scritto prima delle elezioni. Una regola della democrazia, ultimamente in disuso, è quando la maggioranza, larga o risicata che sia, rispetta e ascolta la minoranza. In questa situazione di minimissimi scarti, il governo migliore è quello capace di rispettare anzitutto i suoi elettori, ma anche i bisogni e i desideri dell'altra metà. Si può decidere e avere una linea di governo precisa anche senza una votazione di fiducia al giorno. Berlusconi in cinque anni ne ha avuta la possibilità, e non l'ha mai fatto. Perché dovrebbe farlo adesso? Prodi ne ha possibilità e la responsabilità. Comunque a me la parola Grosse Koalition non spaventa, forse ci sono già state altre grossen, e neanche ce ne siamo accorti. Che la destra faccia i nomi di sei o sette ministri che potrebbero entrare in questa rapida evoluzione del bipartisan. Dovrebbe, penso, tirar fuori della facce nuove: perché tra le vecchie vedo molte facce grosse, ma poco koalition. Preferisco i coerenti, ma comprendo i trasformisti, diceva Ehrich Weiss. Però, per evitare ingorghi, metterei una tassa Ici, sigla che sta per Io Cambio Idea. Chi vuole passare al governo Prodi, o scopre di essere improvvisamente folgorato dal carisma di Rutelli, deve pagare una tassa doganale, più un acconto sui benefici previsti e virtuali. Questo, ovviamente anche in caso di travaso opposto. Gli evasori della nuova Ici dovranno pagare una forte multa che andrà al Fsvti, Fondo di Solidarietà Vittime di Trasformismi Inopportuni e Intempestivi. Mica tutti sono bravi come Vespa. Chi vorrebbe tornare a votare, è pazzo per molti motivi. Il primo è che un nuovo voto non disegnerebbe una maggioranza netta. Il secondo è che nessun pianeta della galassia potrebbe sopportare un'altra campagna elettorale come quella appena conclusa. Il terzo è che una scelta in cui un paese si divide a metà non è una non-scelta, ma una chiarissima scelta. Forse non piace a chi vuole la stabilità, ma esprime il pensiero degli elettori. L'ultima ragione, infine è che i leader non ce la farebbero né mentalmente né fisicamente. Berlusconi non può sparare balle e promesse ancora più colossali. Gli resta solo da dire che, se viene eletto, verrà abolita la morte per cinque anni. E Prodi non può continuare a far finta di sorridere bonario anche quando è chiaramente incazzato come una pantera. Esploderebbe. Non è il caso, adesso, di far troppa ironia sui meno-vittoriosi-degli-altri. Ma una cosa mi va di ricordarla. Il moderato Casini viene a Bologna in campagna elettorale e dice: ci sono dei quartieri che sembrano Harlem. Lasciamo perdere il giudizio sui quartieri, fatto sta che a Harlem ci sono stato, è un quartiere povero, duro, ma anche pieno di musica, di vita e solidarietà. Ma per il moderato Casini è un quartiere nero, quindi sinonimo di quartieraccio. Ecco chi non vorrei dentro una grossa coalizione. Un presidente della camera moderatamente razzista. E come si sono comportati, invece, i politici dell'Unione in campagna elettorale? Colpevolmente, ho visto solo due comizi e ho visto poco la televisione, quasi sempre in un bar tra urla, commenti, applausi e cachinni. Dico solo che, anche se in mille cose la penso diversamente da lei, quella non mi hai mai annoiato è stata Emma Bonino. Il mio sogno? Che un giorno l'Italia non sia più una tendenziale pavocrazia. Cioè una democrazia in cui si vota una parte per paura di quello che ci può fare l'altra parte. Sono anziano e rattoppato, ma ci spero ancora. Per finire, non sono affatto stupito del voto degli italiani all'estero. Quest'anno ho fatto due viaggi, uno in Australia e uno in Germania. E ho visto la voglia di partecipazione, la sincera preoccupazione, il bisogno di capire degli italiani che vivono lontani, anche da tanto tempo. Se posso dare un consiglio a Prodi, dia qualche euro in più ai consolati e agli istituti di cultura esteri, che da anni si vedono decurtare le cifre. Non parlo degli stipendi degli ambasciatori o dei viaggi della nomenclatura. Parlo di quello che serve per organizzare eventi culturali, biblioteche, corsi di lingua, e soprattutto assistenza e aiuto in situazioni di difficoltà. Non occorre una spesa colossale, e sarebbe un provvedimento importante. Colgo quindi l'occasione per rinnovare un invito intercontinentale ad abbonarsi al manifesto. Che a sua volta, grato agli italiani all'estero, si impegna a fare forti sconti per gli abbonati della Patagonia e dell'Antartide. Mi dicono che in ogni punto del mondo sarà possibile ricevere, ogni martedì, il giornale di lunedì. Sull'anno di pubblicazione, non possiamo garantire.

di Stefano Benni

28 marzo 2006

Programmi....


Riporto il sedicesimo punto del programma de La Rosa nel Pugno:

  • (Italian and) European endowment for democracy: (fondo italiano e) fondo UE di sostegno alla promozione globale della democrazia sul modello del National Endowment for Democracy
Il progetto di costituire un organismo sulla base del NED da parte del partito della Bonino può sembrare cosa normale se non lodevole. Pochi però sanno che "gli Stati Uniti predispongono in tutto il mondo interventi che hanno lo scopo di influenzare certi elementi delle diverse società civili, ad esempio la stampa, i partiti politici, le unioni sindacali e così via, per spingerli in una determinata direzione, sia essa a favore delle scelte politiche sostenute dagli Stati Uniti oppure a sostegno dell'opposizione ai governi di quei paesi, quando non al loro rovesciamento. Fino a qualche tempo fa, come è noto, il ruolo chiave in questo senso era giocato dalla Cia e dall' Usaid (Agency for International Development). Nel 1983 queste istituzioni confluirono nel NED." Queste parole sono di Wayne Smith ex Capo d'Ufficio di interessi degli Usa a l'Avana durante la presidenza Carter e sono tratte dall'ultimo numero di Latinoamerica.
Certo che se quelli de La Rosa nel Pugno vogliono esportare democrazia come fanno magistralmente da decenni gli USA allora siamo messi bene...

26 marzo 2006

Resistenza...


Che la televisione sia diventata contenitore di spazzatura ahimè è cosa nota. Pochi sono i programmi seri fatti da gente seria. Gli "editti bulgari" colpiscono molte volte in maniera silenziosa e meno clamorosa. E non sono solo di destra.
C'è però chi resiste. Tra questi c'è Riccardo Iacona che ogni domenica va in onda su Raitre (nota rete comunista) con "W l'Italia" alle 21,30 proponendo inchieste su vari spaccati della vita degli italiani a contatto con le istituzioni. Vita di tutti i giorni. Problemi di tutti i giorni. Quei problemi che naturalmente neanche in campagna elettorale vengono toccati. Problemi che manco a dirlo vanno risolti. Le prime tre puntate hanno trattato tre temi: casa, ospedali e giustizia. La prossima parlerà della ricerca.
Bravo Riccardo...

17 marzo 2006

Si vergogni!

Tranne Grillo e Micromega la stampa nazionale non ha parlato del (vergognoso) opuscolo informativo (si fa per dire) inviato da Forza Italia ai parroci italiani allegato a questa lettera (altrettanto vergognosa).

Noi di Forza Italia abbiamo sempre considerato con grande rispetto e come fonte di ispirazione il contributo culturale e spirituale della Chiesa allo sviluppo della civiltà umana e, in particolare, della nostra Italia.
Per questo motivo, come cattolico impegnato in politica, ho chiesto agli amici e colleghi Fabio Garagnani e Antonio Calmieri di poter diffondere l'opuscolo che loro avevano preparato per le parrocchie dei rispettivi collegi.
Questa pubblicazione descrive sinteticamente alcune delle numerose realizzazioni del governo Berlusconi, che documentano come il governo abbia preso a cuore la libertà della persona, la promozione della famiglia e della vita, il principio di sussidiarietà e di solidarietà. A cominciare dalla legge sulla procreazione assistita e dal nostro impegno a difesa della legge approvata dal governo e che la sinistra ha cercato di abrogare per mezzo di un referendum.
La famiglia, cuore dell'attuale e fecondo lavoro pastorale di Benedetto XVI, e costante premura dell'indimenticabile Giovanni Paolo II, ha guidato la nostra politica, facendoci scoprire sentieri nuovi e oggi ancor più fecondi per la società italiana.
Ecco, allora, che abbiamo bocciato la proposta di legge sul divorzio veloce, perché non vogliamo indebolire il matrimonio; abbiamo aiutato le famiglie con i bonus per i nuovi nati; abbiamo incrementato i fondi per gli asili nido; abbiamo anche inserito a partire dalla finanziaria del 2003 detrazioni fiscali per le spese di iscrizione alle scuole paritarie, perché crediamo nella scuola libera.
Non ci siamo, altresì, tirati indietro per costruire la pace nella verità, come recentemente ha affermato anche Benedetto XVI, impegnandoci, nel contempo, nella lotta alla povertà e alle malattie nel terzo mondo e in numerose missioni di pace nei Balcani, in Afghanistan, in Iraq, dove i nostri soldati si sono distinti per preparazione e per umanità.
I deboli, a cominciare dai malati e dai pensionati, hanno avuto un riconoscimento non retorico o demagogico, e men che meno ideologico, ma sono stati i soggetti che ci hanno indicato il percorso della nuova politica.
Abbiamo seguito i loro bisogni e ascoltato la loro voce, che ci domandava aiuto e sostegno: lo abbiamo fatto a partire dall'aumento delle pensioni minime, dall'incremento da 70 a 93 miliardi di euro della spesa per il sistema sanitario nazionale, ai tanti interventi a favore delle persone con disabilità.
Infine, non possiamo trascurare un'ultima parola sull'importanza delle radici cristiane, che sono state sempre da noi affermate, e che ci hanno spinto a batterci per il riferimento ad esse nel trattato europeo, a difendere la presenza del crocifisso nelle aule scolastiche, a realizzare la legge per la regolarizzazione degli insegnanti di religione, la legge per gli oratori, l'abolizione dell'ICI per gli enti ecclesiastici e non profit.
Come Lei sa, fu Paolo VI a definire la politica come il massimo esercizio di carità. Noi abbiamo cercato di fare nostra questa verità, rendendola una risorsa concreta per l'intera popolazione, come vuole la Dottrina Sociale della Chiesa.
È, questo, il nostro modo di impegnarci per testimoniare la nostra fede. La prego di voler accogliere questo piccolo pensiero, la nostra semplice brochure, come un modo per condividere l'impegno difficile per l'affermazione della Verità Cristiana nella nostra società e nel tempo che ci è dato di vivere.
Con questi sentimenti e pensieri voglia ricevere i miei più affettuosi saluti.

Con viva cordialità

Suo devotissimo

Sandro Bondi

Per fortuna la reazione dei parroci c'è stata...

Signor Bondi,

sono abituato a dare alle parole il loro peso per cui a chiamarla “onorevole” dovrei coartare la mia coscienza.
Ho ricevuto l’inverecondo opuscolo che lei, immagino, ha inviato a tutte le parrocchie d’Italia.
Glielo restituisco senza nemmeno sfogliarlo e le ricordo che le parrocchie non sono discariche di rifiuti né postriboli nei quali si possa fare opera di meretricio.
Abbiamo una nostra dignità, noi sacerdoti, e non siamo usi a svendere per un piatto di fagioli il nostro patrimonio religioso, culturale, sociale ed umanistico che voi in cinque anni di malgoverno avete dilapidato.
Avete fatto razzia di tutto. Avete dissestato la finanza pubblica, avete ridotto alla fame gli enti locali da una parte e foraggiato, dall’altra, gli enti ecclesiastici cercando di comprarvi il nostro silenzio se non addirittura la nostra compiacenza.
Avete popolato il Parlamento di manigoldi, ladri e truffatori. Di 23 parlamentari condannati in via definitiva più della metà (13 per la precisione) fanno parte del vostro gruppo. Avete fornicato con il razzismo della Lega e con il fascismo di Rauti. Con voi i ricchi sono diventati più ricchi ed i poveri più poveri. Il vostro “Capo” in cinque anni ha quadruplicato il suo patrimonio, mentre le aziende del paese andavano in crisi. Solo l’elettromeccanica, nell’ultimo quadrimestre del 2005, ha perso il 7,1% del suo fatturato.
I nostri pensionati, da qualche anno in qua, non solo non riescono più ad accantonare un soldo, ma hanno incominciato a rosicchiare il loro già risicati risparmi.
Avete speso energie e sedute-fiume in parlamento per difendere a denti stretti le “vostre” libertà mentre il paese rotolava al 41° posto quanto a libertà di stampa e pluralismo di informazione, dopo l’Angola.
Avete mercificato i lavoratori e ipostatizzato le merci.
Si tenga pure, signor Bondi, la sua presunzione di coerenza con la “dottrina sociale della Chiesa”. Noi preti vogliamo tenerci cara la libertà di lotta e di contestazione contro la deriva liberista e populista della vostra coalizione.

Aldo Antonelli

(parroco)

Antrosano, 1 Marzo 2006

07 marzo 2006

Pensieri elettorali...

In questi giorni la mia testa è in subbuglio...piena di pensieri, idee, banalità, contraddizioni e via dicendo. Ad aggravare la situazione ci pensa il clima elettorale. Anche perchè queste elezioni le sento un pò mie. Mi sento un pò importante. Mi sento cittadino. Termine che per me non ha solo valore formale, di scatola, ma è pieno di contenuto. Sarà la gioventù o la cosiddetta "innocenza" ma questo per me è un peso. Un peso positivo in quanto posso far sentire la mia, se pur piccola, voce. Un peso "negativo" in quanto mi sento un pò osservato come se avessi il fiato sul collo. Sento molto la responsabilità. Di essere cittadino.
Essere cittadino comporta avere diritti, ma allo stesso tempo dei doveri che in democrazia siamo tenuti ad osservare, a rispettare. Se non fosse così il nostro paese non sarebbe democratico (in effetti dopo gli ultimi cinque anni di democrazia ne è rimasta ben poca visto che si è riusciti ad attaccare, stravolgendone i principi, uno dei capi saldi della nostra Repubblica ovvero la Carta del '48). Abbiamo la possibilità di partecipare attivamente ma abbiamo il dovere di controllare ciò che i "politici" (o dipendenti come ci insegna Grillo) fanno. Forse le cose che dico e sento saranno banali ma credo che a molte persone farebbe bene sentir parlare di queste banalità.

In questi giorni mi sembra che per far politica bisogna per forza essere MODERATI. Ma cosa cazzo significa essere moderati? Niente. Uno dei mali della politica moderna è proprio la moderazione. Bisognerebbe prendere esempio da Dario Fò che politico di mestiere non è. La moderazione uccide gli ideali. La politica della moderazione, dell'accordo, della via di mezzo quindi uccide la politica stessa. Bisognerebbe esporsi di più, avere il coraggio di farlo ma soprattutto la forza, cosa che l'attuale classe politica non ha. Diffidate da chi si spaccia per moderato. La situazione che l'Italia deve affrontare sia all'esterno che al suo interno necessita di cambiamenti radicali e non moderati.
E sia chiaro, non intendo la radicalità della Lega e simili...l'unica cosa che questi hanno di radicale è l'ignoranza.

A dimostrazione di ciò oggi l'on. Lussana, leghista per l'appunto, ha avuto il coraggio della seguente affermazione:"In Iraq non c'è nessuna guerra". Lascio a voi i commenti.

02 marzo 2006

Berlusconi al Congresso Usa

Dear Congress, grazie mille for the democracy, for the good images from Abu Ghraib and for the fosforo bianco too. If you want to venire in Brianza qualche day, call me after 9 aprile, in the office of opposition chief. I love America, anche se with your law about falso in bilancio, in the United States the italian prime minister, cioè I, sarebbe in a Federal prison.

di Alessandro Robecchi

28 febbraio 2006

Italiani in miniatura

Il quaderno delle comunicazioni scuola-famiglia, che ogni cucciolo che va alle elementari porta nel suo zaino, è molte cose insieme. È un piccolo trattatello di sociologia: noi qui, la scuola lì, e il quadernone come telefono senza fili. È un divertente mix di linguaggi burocratici. È un megafono di accorati appelli: portare sapone! Portare carta igienica! Portare qualche soldo! Mentre ci immaginiamo - ovviamente inteneriti - i nostri nani con la lingua fuori nell'immenso sforzo di scrivere ba-na-na o di dividere in due insiemi animali con coda e animali senza coda nei primi rudimenti della matematica, il quadernone dei rapporti scuola-famiglia racconta un'altra storia: la storia triste della scuola pubblica, regnanti Silvio e Tremonti, sotto l'egida liberista della signora Moratti Letizia. Con qualche stupore, dunque, vedo affacciarsi dal quadernone che fa da ambasciatore tra me e la scuola, un foglio ben scritto e dettagliato, firmato dal dirigente scolastico, cioè quel funzionario dello Stato che gestisce un complesso di tre scuole, più di mille infanti, circa duemila genitori. Ogni giorno, in questa eterna campagna elettorale, risuona alto il richiamo a parlare di cose reali, a occuparsi dei problemi della gente. Bene. Ecco qui i problemi della gente seienne, ottenne, decenne: italiani in miniatura.
Per il funzionamento amministrativo e didattico dell'istituto, cioè delle tre scuole, nell'anno 2006, il programma finanziario annuale elaborato in base agli stanziamenti di legge (legge finanziaria del 23.12.2005) destina 3,60 euro per ogni alunno iscritto. All'anno. Nel 2005 lo stanziamento era di 6 euro per ogni alunno. Il taglio è del 40 per cento. Per ogni classe funzionante lo stanziamento è di 73,20 euro, contro i 122 dell'anno passato, e fa un altro meno 40 per cento. È un tracollo, se tenete presente che già nel 2005 rispetto al 2004 c'era stato un taglio del 15 per cento. Ne deduco, con parecchia sorpresa, che ad ogni piccolo studente la scuola pubblica, cioè alla fin fine lo Stato italiano, passa per i suoi bisogni minimi (lavarsi le mani col sapone, pulirsi il culo con la carta igienica, pulizia di banchi, aule, corridoi, fotocopie, computer, eccetera eccetera) la bellezza di tre euro e mezzo in un anno. Altri calcoli sono possibili su altre cifre, quelle dell'offerta formativa, cioè la didattica. Per ogni alunno sono disponibili 4,10 euro l'anno (erano 4,81 nel 2005, meno 14,76 per cento). Per ogni docente in organico, la cifra è di 40,40 euro l'anno (meno 15,75 per cento). Cifre a cui bisogna aggiungere un taglio del 35 per cento sul finanziamento delle supplenze brevi: in certi casi le classi vengono accorpate e più che di insegnare a leggere e scrivere la facenda diventa una questione di ordine pubblico: mettete trenta nani in una stanzetta e vedrete da soli. Poi bisogna aggiungere che quest'anno (sorpresa!) le scuole dovranno pagare la tassa sullo smaltimento dei rifiuti, cioè 2-3.000 euro che se ne vanno da un così grottesco bilancio. Il comune (Milano, in questo caso) stoppa i fondi erogati per singoli progetti didattici, causa tagli agli enti locali. Il conto è presto fatto: per questi lumpen-lumpen-italiani e il loro spensierato mondo di pokemon. figurine e ambizioni (i più grandi) di playstation, sono disponibili 7,70 euro all'anno. I dirigenti scolastici che fanno funzionare tutto questo paiono dunque degli piccoli eroi, barchette pubbliche nel grande mare del liberismo.

Le famose Tre I della truffa berlusconiana datata 2001, vanno bellamente a farsi fottere. Internet non se ne parla, è un vero lusso quando sei gentilmente richiesto di portare sapone e carta igienica da casa. Inglese peggio ancora: le ore totali di inglese negli otto anni della scuola dell'obbligo erano 825 prima della legge Moratti e ora sono 459. L'Impresa, quella sì funziona: soltanto di dividendi delle sue aziende il capo del governo Silvio Berlusconi si è messo in tasca in questi giorni 141 milioni di euro: 39.000 euro al giorno, mentre per la formazione e l'istruzione dei nostri figli (finzionamento amministrativo più offerta formativa offerti dalla scuola) si spende ogni giorno 0,021 euro. Quanto a Letizia Moratti, si appresta a correre per governare Milano, e si lancia in roboanti promesse come: parcheggio gratis per chi fa shopping. Tutto qui, non serve la morale della favola, né il pistolotto finale. È una delle famose cose concrete che interessano la gente: piccoli indaffaratissimi nani alle prese con la scuola elementare pubblica. Ai tempi del colera.

di Alessandro Robecchi