30 giugno 2006

Breve, confusa e banale riflessione sui migranti


Qualche settimana fa ero in un parco di Milano con due amici turchi. Ci si avvicina un giovine sui 30 anni con al seguito cane, frutto di qualche strano incrocio, chiedendoci se vogliamo fumare. Noi non ci rifiutiamo e il mio amico armatosi del necessario inizia a darsi da fare. Nel mentre scambiamo due parole con il ragazzo dalle quali viene fuori che è di Napoli e che lavora da dieci anni a Milano. Naturalmente non è tutto. Perchè il discorso devia sulla politica e su frasi già sentite ("i politici sono tutti uguali" e via dicendo) fino ad arrivare a toccare il tema del post, ovvero gli immigrati. Il ragazzo inizia così a pronunciare un elenco di frasi poco delicate sugli extracomunitari, ignorando naturalmente di parlare a degli extracomunitari, al che uno dei due "rivela" la propria identità. La faccia del tipo cambia leggermente tentando di salvarsi in corner sostenendo di avercela a morte soltanto con i "marocchini". Io nel frattempo cerco di far valere le mie doti, per altro scarse, di mediatore fra i due. Il tutto continua per alcuni minuti fino all'ultimo tiro di canna.
Continuo però a chiedermi quanto noi italiani siamo retrogradi su alcuni temi e come lo sia in maniera più forte la nostra classe politica.
Inoltre la questione dei migranti dovrebbe toccarci profondamente essendo il nostro un paese di emigranti. Dovremmo capire la condizione di disagio di una persona che lascia il proprio paese e la propria famiglia non perchè lo voglia, ma perchè "costretto" a sperare in qualcosa di migliore. Costretto dal modo di vivere e di pensare dettato dal capitalismo occidentale. Certo i problemi dei paesi terzomondisti sono anche interni, ma fino a quando le politiche del Fmi, del Wto, degli Usa e dell'Ue continueranno a far leva sul debito di questi paesi e sull'esportazione della democrazia con missioni militari e non di pace, i problemi da risolvere non saranno mai risolti. Tra questi anche quello dei migranti.
Penso che gli stranieri, comunitari o extracomunitari che siano, rappresentino una risorsa per l'Italia, in quanto sono diversi. E la diversità non deve essere fonte di paura, ma fonte di ricchezza.
Una fonte di ricchezza che non va affrontata con i Cpt che in Italia sono 14 e in media detengono 15.000 immigrati all'anno,complessi nei quali non si può entrare per chissà quale motivo, nonostante nessuna legge lo vieti. Una fonte di ricchezza che diventa tale soltanto con processi di integrazione che durano decenni e che i nostri governi più che favorire, ostacolano.
Il numero degli stranieri in Italia è di circa due milioni e mezzo, ma solo lo 0,5 per mille degli stranieri residenti riesce a diventare cittadino.
Il disegno di legge per cambiare la legge sulla cittadinanza è ancora in alto mare, nonostante questo sia un punto contenuto nel famoso programma dell'Unione. L'attuale legge del 1992 è basata sul c.d. ius sanguinis in base al quale la cittadinanza viene riconosciuta per "comunanza di sangue" e non come in molti altri paesi nei quali il criterio principe è quello del rapporto tra persona e territorio (ius soli). I bambini che nascono in Italia e si sentono italiani non possono vedere riconosciuta legalmente questa cosa fino al compimento dei 18 anni, perdendo questo diritto se non lo esercitano per i 12 mesi seguenti. Oltretutto il decreto attuativo dà due anni di tempo all'amministrazione per rispondere, facendo diventare i dieci anni necessari per la richiesta, dodici.
La situazione delle cose ci impone di cambiare, di rinnovarci, iniziandolo a fare da subito e non fra vent'anni come facciamo solitamente noi italiani.
berlusconi

28 giugno 2006

Salviamo il manifesto!


Da trentacinque anni il manifesto rappresenta un caso unico nel panorama editoriale italiano e non solo.Nessun padrone se non la cooperativa dei lavoratori che lo mettono ogni giorno in edicola, stipendi (bassi) uguali per tutti, un giornalismo politico indipendente e autogestito specchio delle trasformazioni che hanno segnato questi anni. Un bene comune, un vero e proprio «mostro» - nel senso letterale del termine - che ha l'ambizione di stare sul mercato violandone le leggi, un luogo aperto della sinistra. Anche la porta d'ingresso è sempre spalancata e chiunque può entrare, persino gli indesiderati, come è accaduto qualche anno fa. In questi trentacinque anni abbiamo vissuto pericolosamente (e spericolatamente): centinaia di migliaia di persone lo sanno bene, quelli che ci hanno letto, lavorato e chi ci ha usato per le proprie passioni. Le crisi finanziarie hanno scandito la nostra esistenza: le abbiamo sempre superate con il nostro lavoro e con l'aiuto del «nostro mondo». Ora siamo al punto che trentacinque anni possono precipitare in un pomeriggio d'estate. Perché la libertà costa, soprattutto a chi la pratica, e arriva il momento che quei costi si materializzano in scadenze non più rinviabili. Per evitare il precipizio abbiamo bisogno di aiuto, perché questa crisi è più grave delle altre emette a repentaglio la stessa esistenza del giornale. Non è un grido d'allarme, è una semplice notizia: nelle pagine interne ne illustriamo i termini. Perciò da oggi inizia un referendum sul futuro di questo giornale: le schede elettorali stanno nel portafoglio di tante e tanti. Perché questa è una crisi che non riguarda solo noi. Coinvolge i nostri lettori più affezionati, ma anche chi ci ha comprato una volta sola nella sua vita. Chiama in ballo tutta la sinistra (nell'accezione più ampia del termine, dai partiti ai sindacati all'associazionismo) ma anche il mondo dell'informazione cui questo giornale qualcosa ha pur dato (e continuerà a dare). Sono tutti questi i nostri «padroni», tutti quelli che - magari guardandoci da lontano - pensano che la democrazia abbia bisogno di un «mostruoso» antidoto contro i rischi di omologazione del pensiero. Saremo presuntuosi,macrediamo che la nostra voce sia essenziale, che il nostro essere uno strumento di lavoro per la critica dell'esistente sia una cambiale che non dobbiamo pagare da soli. E che, perciò, la nostra sorte non riguardi solo chi lavora in via Tomacelli o chi continua a stare «dalla parte del torto», ma anche chi la pensa in modo opposto. Per questo la nostra crisi la mettiamo in piazza, per questo faremo «l'appello» dei sottoscrittori e ne racconteremo gli esiti. Da oggi entriamo in una fase di mobilitazione generale. Siamo convinti di farcela. Noi ci metteremo tutto il nostro lavoro di sempre e le nostre aperture al mondo. Maabbiamo bisogno di tutti voi. Diteci se voi avete bisogno di noi. O se - come ha detto quel genio del Savoia - siamo solo una pessima carta e un terribile inchiostro.

Mariuccia Ciotta

Gabriele Polo

SALVA IL MANIFESTO

10 giugno 2006

Quale ricetta per l'unıversita'?

È coralmente accettato che l'università italiana è allo stremo. Al di là di sporadiche voci a sua difesa dettate da interessi di bottega, gli osservatori indipendenti - a cominciare dal Governatore della Banca d'Italia, Mario Draghi - concordano sul declino della nostra accademia. Nelle graduatorie internazionali non vi è traccia delle università italiane: scomparse. Non se ne trova alcuna tra le principali dieci al mondo; ma neanche tra le principali dieci in Europa (sette inglesi, due francesi e una svizzera). Se si consulta la classifica di Webometrics oppure quella del Times degli atenei del mondo, dopo innumerevoli bandiere a stelle a strisce, diverse bandiere di sua maestà britannica, qualche tricolore francese e un certo numero di bandiere tedesche, si scorge una bandierina bianca rossa e verde al centocinquantatreesimo posto. Tiriamo un sospiro di sollievo? Sì, ma solo per poco: è l'Universad Nacional Autonoma de Mexico. La prima italiana, Bologna, appare al centonovantaquattresimo. È la stessa che nel XIII e XIV secolo era la miglior accademia al mondo e attraeva studenti da tutta Europa, oggi è ridotta al rango di università di provincia. Alcuni anni fa, durante una visita all'università felsinea, mi fu riferito che l'allora rettore stimava il distacco del suo ateneo dalla frontiera della ricerca accademica in 30-50 anni. Significa che la ricerca che oggi produce in media la miglior università italiana è del livello di quella che Harvard - la frontiera odierna - produceva tra il 1950 e il 1970. È come se nel 2006 la Fiat fosse solo in grado di progettare e immettere nel mercato l'850 color caffèlatte senza marmitta catalittica o, al meglio, la Fiat 127: gloriose (forse) allora, invendibili oggi. Ma le auto caffèlatte sono finite fuori mercato, i professori no. Non c'è mercato che li minacci, non c'è concorrenza che li disciplini. Anzi, controllando gli accessi sono anche in grado di eliminare pericolosi concorrenti, ovvero i ricercatori più bravi, come Roberto Perotti ha più volte documentato su questo sito.
Una ricetta semplice
Capire le cause del collasso è utile e molti lo hanno fatto. Ma più importante è dire come rimediare. Un bel rompicapo anche per un ministro di buona volontà e di talento come l'onorevole Fabio Mussi. In un articolo sul Sole-24Ore di qualche giorno fa, Luigi Zingales ha proposto di risolvere il problema nell'unico modo possibile: iniettando dosi di concorrenza nel sistema universitario. La proposta di Zingales vuole fornire gli incentivi giusti per accrescere ciò che più manca alle nostre università: la qualità. Se gli studenti pagano (usando il prestito statale), hanno incentivo a pretendere; poiché il valore legale è abolito, ciò che conta è la reputazione dell'università e quindi la sua qualità. Studenti di miglior talento sono interessati a scegliere le università migliori e le università hanno incentivo ad attrarli.Per poterlo fare devono migliorare la qualità, quindi assumere docenti di calibro - anziché amici, parenti e portaborse - e fornire incentivi giusti a quelli esistenti. L'autonomia contabile e organizzativa è il corollario: per poter sviluppare la sua politica, ciascuna università deve avere libertà di manovra. Chi abusa di questa libertà ne pagherà le conseguenze perché attrarrà meno studenti e di minor qualità e quindi meno risorse.Il meccanismo è impeccabile. È anche implementabile? Sì, se si volesse, ma al ministro Mussi non piace. La sua obiezione è che quel meccanismo porterebbe rapidamente alla nascita "dell'università dei predestinati". Ma non è già così, signor ministro? Non abbiamo già una università di predestinati, siano essi i professori iperprotetti o gli studenti destinati al lavoro con titoli di studio senza un mercato? Se la proposta Zingales è troppo rivoluzionaria, le propongo una alternativa meno dirompente, ma ugualmente efficace: passi all’attuazione del sistema di valutazione della ricerca condotta lo scorso anno in via sperimentale dal Civr e condizioni una quota significativa, ad esempio un terzo, dei trasferimenti dello Stato alle università alla qualità della ricerca che vi si produce. Gli atenei che producono più ricerca di elevato livello - e solo quelli - ottengono più fondi delle altre; poiché la ricerca di qualità è condotta da ricercatori di talento, gli atenei competeranno per attrarre i migliori. I ricercatori di talento hanno un interesse prioritario a mantenere e accrescere il loro "capitale umano" e sanno che uno dei modi per farlo è attrarre altri ricercatori di elevata qualità con cui interagire e lavorare. In modo del tutto naturale useranno il merito, e si batteranno perché tutti lo facciano, come unico criterio di selezione dei professori, avviando il processo di ripresa delle università. Come vede la ricetta è semplice: una regola ferrea di allocazione dei fondi ai migliori; libertà di decisione alle università. Non c'è bisogno di Grandi Riforme, i cui beneficiari finora sono stati soprattutto i loro estensori.

da lavoce.info

13 maggio 2006

L' asiatica fenice

Mikhail Gorbaciov ha scritto, su La Stampa , recentemente, che la guerra fredda numero due è già cominciata. Possiamo fidarci. Lo è. E' finita la fase in cui Vladimir Putin accettava di fare da – come si dice a Mosca - mladshij partnior (socio subalterno) di Washington. Ed è finita non tanto perché Putin sia diventato baldanzoso e aggressivo all'improvviso, essendosi probabilmente stufato di essere considerato, appunto, un socio subalterno, quanto per il verificarsi concomitante di due fattori nuovi. Uno è la logica dell'Amministrazione americana attuale, che è eminentemente aggressiva su tutti i fronti. E che ha polverizzato sul suo cammino l'illusione (o la tattica sagace, scelga il lettore) di Putin di poter restare ancora a lungo fuori dal mirino di Washington.

La seconda è il risultato del prezzo del petrolio, che non ha cessato di riversare generosamente sullo zar del Cremino un fiume di dollari di gigantesche proporzioni, tale da consentirgli di risolvere alcuni problemi sociali interni e di avviare un programma di riarmo e di modernizzazione militare di dimensioni cospicue, da grande potenza.

Vediamo queste due componenti. Dall'11 di settembre in avanti (ma anche prima, appena giunto al potere, nel 2000, zar Vladimir si è comportato, appunto, come socio subalterno, accettando il dato rappresentato dagli Stati Uniti come unica superpotenza. Ne conseguiva l'accettazione della supremazia altrui e il ripiegamento su prudenti posizioni di attesa. Tattica dettata anche, in via secondaria, da ragioni interne, di consolidamento del potere a Mosca, e di rapporti delicati con gli oligarchi filo-occidentali. La guerra afgana fu dunque accettata da Mosca, perfino aiutata, pur rimanendone fuori. Faccia pure l'America, si diceva a Mosca, noi non faremo resistenza. Solo che George Bush, usando l'Afghanistan, si prese mezza Asia Centrale ex sovietica, installò le sue basi in Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan, dislocò trentamila uomini là dove mai gli Stati Uniti avevano ficcato il naso. Non ci fu reazione significativa a Mosca, dove la cosa non passò tuttavia inosservata, ma prevalse l'idea di restare “fuori dal mirino”.

In parallelo Bush seguì la linea di Clinton: erodere le basi dell'influenza russa nei suoi cortili di casa. Bill Clinton aveva liquidato la Jugoslavia, Bush mette al potere a Tbilisi il suo uomo, liquidando perfino un alleato fedele come Eduard Shevardnadze. E qui il nervosismo di Mosca ha cominciato a diventare alto. E' difficile stare fuori dal mirino se il mirino t'insegue in continuazione. Poi venne l'Ucraina e la rivoluzione cosiddetta arancione (ovvero la cosiddetta rivoluzione arancione) e qui fu chiaro che Washington aveva precisamente messo Mosca nel suo mirino e stava sparando bordate molto pesanti.

La ritirata del Cremlino finisce esattamente nel momento in cui Janukovic è costretto a rinunciare alla vittoria (sicuramente rubata) e si ripetono le elezioni che porteranno alla vittoria di Jushenko. Da quel momento Vladimir Putin comincia la sua politica, silenziosa ma visibile, di roll back nei confronti degli americani. Insomma: oltre non vi lasciamo andare. Verrà l'inverno e Putin presenterà la bolletta del gas all'Ucraina, e tutto diventa improvvisamente più chiaro anche ai polacchi e ai baltici, che avevano soffiato (e ancora soffiano) nelle trombe per conto di Washington.

Nel frattempo, per gli ex paesi fratelli e cugini del Baltico, Putin preparava la seconda pillola amara. Il gasdotto sotto il mare, che consentirà di portare energia in Germania bypassandoli tutti in un colpo solo. Grande operazione strategica che libererà Mosca dalla necessità di chiedere permesso a vicini assai ostili e molto “americani” per portare il suo gas agli utilizzatori europei. I quali, a loro volta, ne hanno un bisogno assoluto, e non hanno nessuna intenzione di farsi trascinare in una prova di forza dai paesi minori appena entrati in Europa.

Per fare questa operazione Putin aveva bisogno di un partner: la Germania di Gerhard Schroeder. E l'ha trovato, anzi ne ha trovati due, Germania e Francia, entrambi preoccupati anch'essi della piega troppo antirussa e filo americana della cosiddetta “nuova Europa”, così battezzata da Donald Rumsfeld. Adesso al posto si Schroeder c'è Angela Merkel , ma i bisogni dell'industria tedesca sono gli stessi e l'amico Gerhard è diventato consulente principale del progetto, a riprova che la socialdemocrazia tedesca non è disposta a farsi trascinare dove vorrebbero Varsavia, Riga e Tallin.

Così si può concludere, sul primo fattore, dicendo che George Bush si è creato con le sue stesse mani, mettendolo con le spalle al muro, un antagonista sempre più riottoso. Tanto più riottoso perché non avrebbe voluto farlo. Per lo meno, non in tempi così ravvicinati.

E qui veniamo al secondo fattore. Putin ha fatto i suoi conti. Quelli energetici innanzitutto. La Russia è la seconda grande potenza energetica del mondo. La prima se si esamina il combinato composto di gas e petrolio. Gli altri grandi erogatori di energia sono sotto i governi arabi amici degli Stati Uniti, o sotto il dominio americano, se si eccettuano l'Iran e il Venezuela, che l'America non controlla. Ma la Russia è indispensabile all'Europa e sta diventando indispensabile alla Cina, la cui voracità energetica non ha al momento confini.

Questa posizione cruciale è ancora più decisiva se si tiene conto che siamo ormai nel “picco” del petrolio, il famoso momento in cui il suo prezzo, a causa della scarsezza crescente della merce, non discenderà più in base alle oscillazioni del mercato, ma continuerà a crescere fino a che non sarà sostituibile (ma quando e se non lo sa nessuno) da altre fonti, alternative e rinnovabili.

Così Putin si trova adesso a poter usare due piccioni con una sola fava: usare le immense risorse monetarie che sta accumulando per armarsi, ma anche per tornare a esercitare la sua influenza politica anche più lontano dai suoi attuali confini. Ovvio che questa linea va in rotta di collisione con quella dell'Impero, sia per ragioni geo-politiche che economiche. Una Russia di questo tipo non solo è pericolosissima dal punto di vista militare, ma lo è anche perché la sua azione indipendente può risolvere i problemi di altri partners mondiali. Vedi Europa, e soprattutto Cina. Quest'ultimo è un protagonista che agisce in completa autonomia rispetto all'Impero. L'Europa potrebbe diventare un altro giocatore assai più indipendente di quanto lo sia stato e lo sia oggi.

Brutte nuove per Washington che, a sua volta, ha tempi stretti per prendere decisioni, in una situazione in cui il suo debito estero è per quasi il 10% nelle mani della Banca di Stato cinese, mentre il deficit del suo budget sta toccando il tetto vertiginoso dei 9 trilioni di dollari.

Solo una bella guerra (contro l'Iran), con un bombardamento a tappeto delle strutture atomiche e delle infrastrutture industriali e con gli effetti dirompenti sugli equilibri mondiali, può rinviare la resa dei conti economici del maggior debitore mondiale. Ma per fare questa guerra bisognerebbe avere qualche alleato in più, oltre a Israele e al Botswana.

Putin ha ormai messo a punto la sua strategia e lo si vede. Non solo in Europa. L'Iran, sotto tiro di Washington, ha già avuto da Mosca missili cruise di nuova generazione, in grado di affondare tutte le petroliere che escono dal Golfo Persico. Il che significa che l'Europa si troverebbe senza benzina nel corso delle due settimane dopo l'inizio dei bombardamenti americani. Una prospettiva assai poco gradita a Bruxelles, sempre che abbiano fatto i loro calcoli. Sul piano diplomatico, Russia e Cina non permetteranno al Consiglio di Sicurezza di dare il via libera ad alcuna azione militare di Washington. Il che riprodurrà, nel momento in cui Washington deciderà l'offensiva, la stessa situazione di completa illegalità (oltre che di isolamento politico) che caratterizzò l'inizio della guerra irachena.

Il leader russo, che ha ormai sistemato a dovere i suoi oligarchi, trasformandoli da agenti dell'occidente in miti boiari che prosperano sotto la protezione dello zar, ha impedito con grande souplesse il rovesciamento di Lukashenko in Bielorussia e ha ricevuto al Cremino i nuovi governanti del popolo palestinese, eletti a furor di popolo nelle ultime elezioni di gennaio. Mosca torna a svolger un ruolo decisivo nella crisi medio-orientale. E bisognerà tenere conto dei suoi voleri, e dei suoi consigli.

E, sul fronte più orientale, oleodotti e gasdotti russo-cinesi stanno già attraversando le immense distese delle steppe siberiane, da ovest a est e da nord a sud. Aveva ragione Zbignew Brzezinski, nel 1987, quando scrisse, nella “Grande scacchiera”, che la supremazia dell'America sul mondo avrebbe dovuto passare, inesorabilmente, attraverso la demolizione della Russia (non dell'Unione Sovietica soltanto). E' accaduto però che, nonostante tutti gli sforzi messi insieme da tre presidenti americani, Bush padre, Clinton, e Bush figlio, la Russia non è stata demolita. Il che significa che la supremazia dell'America sul mondo non è stata raggiunta. Brzezinski pensava che, liquidata la Russia , trasformata in una federazione “leggera” di tre stati – Russia Europea senza il Caucaso, Siberia occidentale, Estremo oriente – gli Stati Uniti avrebbero potuto omologare abbastanza agevolmente la Cina , inserendola nel sistema di dominio del “consenso washingtoniano”. Diciannove anni dopo la Russia è di nuovo un giocatore mondiale e la Cina è un gigante al di fuori del controllo di chiunque.


di Giulietto Chiesa
da Megachip

A quanto ammonta il debito Usa?

I detective della scientifica sono all'opera. Se si guarda la tele la sera (in prima serata) ci si ritrova spesso a vedere della gente impegnata a raccogliere indizi sulla scena del crimine, cercando di capire cosa sia realmente successo. Questo è più o meno quello che avviene anche negli ambienti finanziari. Il crimine su cui si indaga è il deficit commerciale degli Stati Uniti, che secondo le rilevazioni più approfondite ha raggiunto l'anno scorso la stratosferica somma di 805 miliardi di dollari. Il mistero è come sia stato possibile toccare una tale soglia, gradualmente aumentata negli anni, con così poche conseguenze negative visibili. Ed il futuro dell'economia degli Stati Uniti dipende da quale delle due ipotesi proposte per risolvere il «caso» è quella vera.

Ecco la scena del crimine: il deficit nel commercio vuol dire che l'America sta vivendo al di sopra delle sue possibilità, spendendo più di quello che guadagna (nel 2005, gli Usa hanno esportato solo per 53 centesimi ogni dollaro importato). Per poter pagare l'eccedenza delle importazioni rispetto alle esportazioni, gli Stati Uniti hanno dovuto vendere azioni, buoni del tesoro e attività agli stranieri. In effetti dal '99, ci siamo fatti prestare più di 3 mila miliardi di dollari.

E' chiaro poi che gli introiti dovuti agli investimenti - pagamento degli interessi, dividendi delle azioni e così via – che gli americani pagano agli investitori stranieri saranno molto maggiori di quelli che gli stranieri pagheranno agli americani. Ma secondo le statistiche ufficiali, gli Stati Uniti continuano ad avere una bilancia dei proventi da investimento positiva, anche se di poco.

Com'è possibile questo? La risposta, quasi certamente, è che c'è qualcosa che non va nei numeri. La gente tende a trattare le statistiche ufficiali come fossero vangelo; gli economisti seri sanno che l'assemblaggio di questi numeri richiede molte congetture ben ponderate, e che a volte queste supposizioni sono erronee. Ma per ritornare a quello che non va, o l'economia statunitense ha delle risorse nascoste oppure è in uno stato ben peggiore di quello che sembra.

Da una parte ci sono gli esperti di economia che pensano che le statistiche ufficiali non prendono in considerazione l'export invisibile degli Stati Uniti: non quello di beni e servizi, ma quello intangibile di conoscenza e apprezzamento dei nomi di marca, che permette alle aziende Usa di guadagnare molto dai loro investimenti all'estero. I fautori di questa ipotesi sostengono che se si includesse nei calcoli anche questa forma di export, che gli esperti chiamano "materia oscura", gran parte del deficit commerciale degli Stati Uniti sparirebbe.

L'ipotesi della materia oscura è stata ripresa in modo zelante da quei giornalisti che adorano andare contro corrente. Si sostiene in pratica che l'economia americana è “più forte di quello che si crede”, per usare le parole del Business Week.

C'è però un problema: le società americane operanti all'estero non sembrano guadagnare poi così tanto. E perchè poi gli Stati Uniti non pagherebbero a loro volta il giusto prezzo per tutto quello che hanno preso in prestito? Perchè, sempre secondo i dati ufficiali, le compagnie straniere operanti negli Usa si dimostrano particolarmente poco redditizie, dando un tasso di ritorno di investimento di solo 2,2 punti percentuali all'anno.

Qualcosa non quadra in questa ricostruzione. Come sottolineato da Daniel Gros del CEPS, Centro per gli Studi Politici Europei, è difficile credere che gli stranieri continueranno ad investire negli Stati Uniti “se essi continueranno ad essere spennati come dei polli".

In un nuovo articolo il signor Gros spiega - in modo acuto, secondo me – che si sta verificando un fenomeno per cui le compagnie straniere, probabilmente per motivi fiscali, stanno ridimensionando gli utili delle loro filiali americane, e che i dati ufficiali non sono in grado di stimare i profitti di capitali stranieri reinvestiti in operazioni statunitensi.

Se Gros ha ragione, la situazione reale degli Stati Uniti non è così cattiva come la si immagina... ma peggiore. Il vero deficit commerciale, includendo anche gli utili non registrati che appartengono alle compagnie straniere, non è di 800 miliardi di dollari, ma di più di 900 miliardi. E il debito estero dell'America allora, con l'aggiunta dei profitti propri alle imprese straniere, risulta di 1.000 miliardi di dollari più alto di quello ufficiale.

A questo punto gli ottimisti tornerebbero alla carica sostenendo: perchè, se le cose stanno così male, ci sono ancora così tanti investitori stranieri che comprano titoli di Stato americani? Ed aggiungerebbero che spesso, le previsioni catastrofiche legate al deficit commerciale, si sono rivelate eccessive. Io ho due sole parole per coloro che si affidano ciecamente al giudizio degli investitori, e credono che pochi anni positivi siano sufficienti a convincere gli scettici di essere nel torto: Nasdaq 5.000.

Fino ad ora, le analisi della scientifica sembrano dirci che la situazione commerciale degli Stati Uniti è peggiore, e non migliore, di quel che sembra. E la risposta alla domanda “Perchè allora non abbiamo pagato lo scotto di questo deficit commerciale?" è: aspettate soltanto un po' e vedrete.

di Paul Krugman
da Megachip

05 maggio 2006

Il peggio deve ancora arrivare?

Lo scenario politico nazionale in questo periodo non è dei più felici si sa. I risultati elettorali, almeno per chi scrive, ci hanno consegnato la situazione peggiore che poteva capitare: il pareggio (naturalmente non prendendo in considerazione la sconfitta). L’ agenda politica delle prossime settimane, oltre ahimè alla probabile elezione di Massimo D’Alema come Presidente della Repubblica, ci pone davanti agli occhi una data cruciale. Questa data cruciale è il 25 giugno giorno nel quale ci sarà il referendum costituzionale.
Il silenzio che circonda il 25 è sconcertante, sia a destra che a sinistra. Soprattutto per quanto riguarda le conseguenze determinate da un’ eventuale “vittoria” del centrodestra, di cui pochi parlano, ma che invece configurerebbe una situazione drammatica per l’ Italia in termini sicuramente maggiori rispetto a quelli delle politiche.
Cercherò quindi di trattare i principali cambiamenti che porterebbe con sé la conferma della devolution:
1) Il Parlamento non sarà caratterizzato più dal bicameralismo paritario/perfetto (stesse funzioni), ma avrà competenze diverse ripartite tra le due camere. La Camera avrà infatti giurisdizione sulle materie di potestà dello Stato mentre il Senato su quelle di potestà regionale. Ci sarà il cosiddetto Senato federale (anche se il termine federale non indica una rappresentanza territoriale) eletto in concomitanza con le amministrative che potrebbe portare a situazioni di puro stallo politico-istituzionale simili al “governo diviso” USA, ovvero due maggioranze diverse nei due rami del Parlamento. La Camera avrà rapporto fiduciario con il Primo Ministro, potrà infatti esprimere un voto sul programma, mentre il Senato no. La Camera avrà anche la possibilità di sfiducia costruttiva nei confronti del PM ovvero potrà sostituirlo con un’ altro PM votando a maggioranza assoluta (50%+1). La sfiducia costruttiva potrà essere “impugnata” però soltanto dalla maggioranza uscita fuori dalle politiche al fine di evitare i cosiddetti ribaltoni. Questo vorrà dire praticamente che i voti dei parlamentari non saranno considerati più tutti uguali.
2) Il Primo Ministro verrà nominato dal Presidente della Repubblica sotto indicazione della coalizione vincente, avrà potere di nominare e revocare i ministri senza “passare” per il Capo dello Stato e determinerà la politica del Governo “non limitandosi” più a dirigerla come previsto dalla Costituzione del ’48.
3) Il Presidente della Repubblica diventerà una figura essenziale per permettere al Governo di realizzare le sue politiche, diventando così estremamente politicizzato perdendo quindi il suo ruolo principale di garante della Costituzione. Il Presidente potrà infatti, in caso di stallo di una legge in Parlamento, permettere attraverso un preciso iter la sua approvazione.
4) Se il PM vuole sciogliere le Camere potrà farlo a meno che il Parlamento si opponga nominando un nuovo PM. In caso di opposizione da parte del Parlamento al PM basta un numero non esagerato di deputati a lui fedeli per far sciogliere le camere.
5) Per quanto riguarda la vera e propria devolution in realtà la nuova costituzione prevede di attribuire più competenze alle regioni, ma in modo apparente visto che si creano diverse competenze statali.
6) La Corte Costituzionale come il PR prevede anch’essa una maggiore politicizzazione con la nomina di 3 giudici da parte della Camera e 4 da parte del Senato.
Volendo tirare le somme in maniera sintetica di questa riforma costituzionale si può dire che andremmo incontro da un lato nei casi di stallo politico ad una maggiore instabilità e incapacità decisionale dei governi (soggetti quindi all’ inciucio) dall’altro nei casi di maggioranze cospicue ad un’ esecutivo esageratamente forte. Un panorama non roseo che creerebbe un’incertezza politico-istituzionale gravissima quindida evitare assolutamente.

25 aprile 2006

Liberticida!


Bertinotti ha toccato uno dei temi più delicati nel panorama politico nazionale: le televisioni di Berlusconi e di conseguenza il conflitto di interessi. In questi anni chi ha fatto lo stesso è stato etichettato la maggior parte delle volte come "liberticida" e quindi "comunista". Basta sfogliare le pagine dei giornali per scorgere queste due parole che si rincorrono senza sosta in riprova della natura "illiberale" degli "eredi del comunismo" (le parole virgolettate sono del Cavaliere). Molte dichiarazioni di "solidarietà" sono arrivate dal centrosinistra stesso per difendere Mediaset "un patrimonio per l' Italia, un' impresa strategica che deve poter affrontare serenamente il futuro in un quadro di regole certe e all' altezza di un paese europeo"(parole di D'Alema nel lontano '96). Inoltre Marco Rizzo (Pdci) intervistato da una giornalista di Studio Aperto è stato capace di dire che il ridimensionamento di Mediaset sostenuto dal segretario del Prc andrebbe contro gli interessi dei lavoratori.
Si potrebbe andare avanti così, elencando affermazioni stupide di gente altrettanto stupida, a riprova della miopia, forse voluta, della classe politica italiana. Ma non avrebbe senso. Ha senso invece ricordare la sentenza della Corte Costituzionale riguardo la legge Mammì del 7 dicembre '94: "Il legislatore è vincolato ad impedire la formazione di posizioni dominanti nell' emittenza privata e favorire il pluralismo delle voci nel settore televisivo, [...] nel senso che l' esistenza di un' emittenza pubblica non vale a bilanciare la posizione dominante di un soggetto privato. [...] Il legislatore [...] doveva contenere e gradualmente ridimensionare la concentrazione esistente e non già legittimarla stabilmente, non potendo esimersi dal considerare che la posizione dominante data dalla titolarità di 3 reti su 9 assegna un esorbitante vantaggio nella utilizzazione delle risorse e della raccolta pubblicitaria". Queste parole sono sacrosante e dovrebbero essere ricordate più spesso a chi leva gli scudi contro Bertinotti per difendere i "custodi" del pluralismo e della libertà. Norma Rangieri analizza lo status quo in maniera realista e critica:
Si fa la televisione per vendere la pubblicità, non si vende la pubblicità per pagare la televisione. E' la regola aurea del medium commerciale che, in virtù di un modello limpido di business, produce straordinari profitti. In Italia Mediaset ne è un esempio forte, imbattibile, al punto che il recente bilancio ha regalato agli azioni una cedola superlativa, la più alta degli ultimi anni.
La televisione dell'ex presidente del consiglio è una grande industria. Come del resto lo è quella, altrettanto florida, delle italianissime mine antiuomo. Mediaset è la più grande fabbrica di demagogia populista, i suoi palinsesti (telegiornali-megafono e reality) la sparano a cannonate, annullando ogni lume di cittadinanza. Eppure, chi accenna a sollevare qualche dubbio sulla pubblica utilità di questa grande azienda commerciale (quella televisiva), commette un grave, gravissimo peccato di leso pluralismo. Come se dagli schermi Mediaset uscisse ogni giorni il lievito necessario per il progresso del paese, anziché quel misto di propaganda politica e spot mascherati da programmi.
La ragione di una reazione tanto strumentale è sotto gli occhi di tutti: si va a sbattere contro una classe dirigente (di destra e di sinistra) legata al piccolo schermo da un cordone ombelicale che nessuno vuole tagliare. Di cui porta una grande responsabilità il lento declino del servizio pubblico. La sua assimilazione al principio che si fa televisione per vendere la pubblicità, lo ha reso così affine, indistinguibile dalla tv commerciale, che il progetto di restituirlo alla dignità di un modello europeo (inglese, spagnolo, francese, tedesco) viene immediatamente piegato a un'idea di ridimensionamento educational, allontanando così l'idea di una sua rifondazione. Il minculpop c'è ora, con il soffocante cappio del controllo partitico che impedisce ogni riforma del mostro a sei teste. Invece di sbloccare il duopolio-monopolio, esso viene perpetuato con nuove leggi (da ultimo la Gasparri) che puntualmente fotografano l'esistente, rinviando ogni liberalizzazione del settore.
Se Fausto Bertinotti interviene sulla necessità di rompere il monopolio privato (senza neppure eccepire sulla utilità della merce), diventa il vendicativo manovratore, l'avanguardia di una ritorsione politica, il tagliatore di posti di lavoro. Parallelamente, di fronte al bisogno di privilegiare il servizio pubblico, si grida al dirigismo sovietico. Come se pubblico e partitico fossero il futuro. E allora si ripiega sulla piccola riforma: togliere una rete alla Rai e una a Mediaset (ipotesi suggerita dal bulimico regime di sei reti nazionali) che diventa l'unica grande riforma possibile. Un escamotage per ridisegnare la lottizzazione allargandone i confini a qualche eclave con il suo territorio già picchettato. Ma anche solo accennare a questa redistribuzione della torta, fa rizzare i capelli in testa al comunista Rizzo.
E si capisce, a ogni epoca le sue classi dirigenti. La esiziale commistione tra televisione e politica, che tuttavia, negli anni bernabeiani, configurava una industria culturale fatta dalle élite, via via è degenerata in un'industria senza eccellenza, con una mano d'opera (gli autori) rappresentata da un marketing (commerciale e politico) periferico, residuale.

19 aprile 2006

Democrazie su misura


La democrazia, spesso presentata come il migliore dei sistemi politici, è stata a lungo una forma di governo poco diffusa. Di fatto, nessun regime risponde interamente all'ideale democratico, che presupporrebbe un'onestà totale dei potenti nei riguardi dei deboli, e la condanna veramente radicale di ogni abuso di potere. Andrebbero rispettati cinque indispensabili criteri: libere elezioni; esistenza di un'opposizione politica organizzata e libera; diritto reale all'alternanza politica; esistenza di un sistema giudiziario indipendente dal potere politico; esistenza di media liberi. Il diritto di voto è stato per lungo tempo negato alle donne in diversi stati democratici, quali la Francia e il Regno unito - peraltro potenze coloniali, che calpestavano i diritti dei popoli colonizzati. Malgrado i suoi difetti, questo metodo di governo ha avuto tendenza a universalizzarsi. Dapprima sotto il forte impulso del presidente degli Stati uniti Woodrow Wilson (1856-1924); ma soprattutto dopo la fine della guerra fredda e la scomparsa dell'Unione sovietica.
Fu annunciata allora la «fine della storia», col pretesto che nulla ormai impediva agli Stati dell'intero pianeta di raggiungere un giorno i due traguardi della felicità suprema: l'economia di mercato e la democrazia rappresentativa. Obiettivi che sono divenuti dogmi intoccabili.
In nome di questi dogmi, George W. Bush ha ritenuto legittimo ricorrere alla forza in Iraq. E ha autorizzato le sue forze armate a praticare la tortura nelle carceri segrete dislocate dagli Usa in altri paesi.
O a sottoporre a trattamenti disumani i detenuti del bagno penale di Guantanamo, al di fuori di ogni quadro giuridico - secondo quanto è stato recentemente denunciato da una Commissione dei diritti umani dell'Onu, e in una risoluzione del Parlamento europeo. Ma nonostante queste gravissime violazioni, gli Stati uniti non esitano ad erigersi a istanza planetaria dell'omologazione democratica. Washington ha preso l'abitudine di mortificare i suoi avversari definendoli sistematicamente «non democratici», o addirittura «stati canaglia» o «bastioni della tirannide». Unica condizione per sfuggire a questo marchio d'infamia: organizzare «libere elezioni». Ma anche in questo caso, tutto dipende dai risultati: come dimostra l'esempio del Venezuela, dove dal 1998 il presidente Hugo Chávez è stato eletto a più riprese, in condizioni democratiche garantite da osservatori internazionali. Niente da fare. Washington continua ad accusare Chávez di rappresentare un «pericolo per la democrazia», e nell'aprile 2002 arriva addirittura a fomentare un colpo di stato contro il presidente venezuelano. Nel dicembre di quest'anno Hugo Chávez si sottoporrà nuovamente al verdetto delle urne.
Altri tre esempi - l'Iran, la Palestina e Haiti - mostrano che essere eletti democraticamente non basta più. Nel caso dell'Iran, tutti hanno tributato applausi alle elezioni del giugno 2005: partecipazione massiccia degli elettori, pluralità e diversità dei candidati (nel quadro dell'islamismo ufficiale), e soprattutto, brillante campagna di Ali-Akbar Hachemi Rafsandjani, favorito degli occidentali e dato per vincitore. Nessuno allora ha menzionato il «pericolo nucleare».
Ma tutto è cambiato bruscamente dopo la vittoria di Mahmud Ahmadinejad (che su Israele ha fatto dichiarazioni inaccettabili). Tanto che oggi assistiamo a una demonizzazione dell'Iran.
Sebbene Tehran abbia firmato il Trattato di non proliferazione nucleare e neghi di voler costruire la bomba, il ministro francese degli affari esteri ha recentemente accusato l'Iran di portare avanti un «programma nucleare militare clandestino»! Frattanto, già dimentica delle recenti elezioni, la segretaria di stato americana Condoleezza Rice chiede al Congresso americano 75 milioni di dollari per finanziare in Iran la «promozione della democrazia»! Stessa situazione, o quasi, in Palestina, dove gli Stati uniti e l'Unione europea, dopo aver insistito per lo svolgimento di elezioni «veramente democratiche», sorvegliate da una miriade di osservatori esteri, ora ne rifiutano il risultato, col pretesto che lo schieramento vincente - il movimento islamico nazionalista Hamas (autore in passato di odiosi attentati contro civili israeliani) non è gradito.
Infine ad Haiti, in occasione delle elezioni presidenziali del 7 febbraio scorso, René Préval ha finito per essere eletto, dopo che era fatto di tutto per impedire la sua vittoria. La «comunità internazionale» non lo voleva a nessun costo, a causa dei suoi legami con l'ex presidente Jean- Bertrand Aristide, lui pure eletto democraticamente e quindi rovesciato nel 2004.
«La democrazia - diceva Winston Churchill - è il peggiore dei regimi, a eccezione di tutti gli altri». Sembra però che oggi dia soprattutto fastidio l'impossibilità di determinare in anticipo il risultato di una consultazione elettorale. C'è chi vorrebbe poter instaurare democrazie su misura. A esito garantito.

di Ignacio Ramonet